I Magnani

Stagnini, calderai, ramai, magnani

 

Stagnini, calderai, ramai, magnani sono le diverse denominazioni di questi ambulanti spesso emigranti stagionali, che lavoravano il rame, riparando recipienti per uso domestico, rivestendone la superficie interna con un sottile strato di stagno, o rappezzando buchi, o livellando ammaccature.

Il termine magnano, in passato era stato equiparato a quello di un fabbro nomade, che emigrava non solo per esercitare il mestiere di ambulante, ma anche per aprire bottega nelle città.

Successivamente col termine magnano si era inteso l'ambulante che riparava utensili da cucina.

Un'attività molto importante durata sino alla prima metà del ventesimo secolo, per tutto quel periodo durante il quale furono utilizzati gli oggetti di rame per la cottura dei cibi.

Museo di Cavrgna: i Magnani

Quella dei magnani era una categoria i cui rappresentanti risultano spesso citati nei documenti degli archivi storici.

Già nel Quattrocento i magnani della Val Colla erano attivi anche a Milano, come testimoniato da Petrus de Borilis de Colla, figlio di Paolo, abitante in Colla stessa, che deve a Gio. Giacomo Serbelloni, abitante nella parrocchia di S. Babila a Milano, lire 28, soldi 13, denari 6 imperiali per tanto rame acquistato.

Nel 1536 accadde un fatto grave tra Togneto da Rondanario, oste a Chiasso, e Bernardino Bassi un birichino magnano di Colla.

Mentre due magnani di Premana, Giovanni Manzoni e Giuseppe Baschera de Rusconi, si accordano per una "societas in arte magnani in civitate Venetiarum".

Nel 1569 viene affittata "per due anni al maestro Bartolomeo Spandri di Bindo una apoteca ab arte magnani, sita in Firenze, in Piazza S. Lorenzo, stimata da Ambrogio Peluchino de Ciresi e dal maestro Antonio Tenca, magnani in Firenze.

Il parroco di S. Pietro de Cola, durante la Visita Pastorale del vescovo Ninguarda, il 15 giugno 1591, dichiara ".....et perché delli uomini della mia parrocchia son fuori 150 a fare il magnano, che comunemente ritornano a Natale e a S. Pietro, nella qual festa sempre voglio che mi mostrino dove si son confessati e comunicati a Pasqua".

Nel 1599 il diciassettenne Orazio Cattanei di Marcantonio, di Primaluna, promette ad Ambrogio Melesi di Francesco di Gero.......di lavorare come apprendista all'arte di ferraro, cioè magnano, nella loro bottega sita nella città di Firenze".

Nei Libri bannitorum all'inizio del Seicento è segnalato " il caso di un magnano, Lazzaro Camozio, proveniente dalla valle di Lugano, condannato alla forca, per aver menato via Margherita Bonacina, giovane da marito, di Civate..."

Dai Documenti dell'Archivio della Curia Vescovile di Lugano, nel 1670 risulta che "diversi abitanti della Val Colla si recano nella regione di Milano e anzi di tutta la Lombardia ad esercitare l'arte del ramaio".

Museo di Cavrgna: i MagnaniDalla stessa fonte, il 3 giugno 1684 il Visitatore in Val Colla, per conto del Vescovo Ciceri, apprende che "gli abitanti della Val Colla, abitata da 780 persone, emigrano andando in diverse regioni per esercitare il lavoro di ramaio".

In generale si osserva che, non a caso, l'attività del magnano "compare spesso nelle stesse aree in cui nei secoli precedenti si era praticata l'estrazione del ferro...... in varie zone dell'arco alpino, come (anche) in Val Colla e nella confinante Val Cavargna".

Anche per i calderai della Val di Sole in Trentino, si rileva che "un generale incremento alla loro professione era derivata dall'esistenza in valle di alcune miniere, dalla lavorazione del ferro e dalla diffusa esistenza in zona di forni fusori".

La lavorazione del ferro era stata nella storia dell'uomo una specializzazione "fatta di un lento accumularsi di esperienze e di graduali conquiste", finalizzata ai bisogni più antichi dell'uomo, di oggetti decorativi, ma anche di armi e di arnesi per lavorare la terra, come la zappa, la vanga e l'aratro.

Dalla perizia per la lavorazione del ferro era così derivata "la pratica per la lavorazione del rame, un metallo più malleabile e meno impegnativo, con l'attività del ramaio, del magnano........ un lavoro segnato dalla marginalità di artigiani che lasciavano la stanzialità per andare ambulanti per contrade, a riparare caldaie e paioli".

Conferma del collegamento tra la lavorazione del ferro e l'attività dei magnani si ha anche dal termine "saràia" (serraglia, serratura), che i magnani in Val Colla usavano per indicare se stessi, rievocando il periodo in cui gli antenati dei magnani lavoravano il ferro.

"L'attività del magnano nella Val Cavargna era diffusissima, fino a pochi anni fa nei paesi di Cavargna e di San Nazzaro, ma soprattutto nella frazione di Vegna.

Il fenomeno ormai decaduto, ha lasciato tracce e ricordi notevoli nella popolazione, nonchè un gergo particolare: il rungin.

I magnani uscivano dalla valle e andavano girando per le grandi cascine e per i paesi del Bergamasco, della Brianza e del Lodigiano, ma anche più oltre.

Non era un lavoro difficile ed un ragazzo di dodici anni poteva già essere in grado di seguire gli uomini e rendersi utile dopo un apprendistato di tre o quattro mesi.

A volte i magnani andavano da soli, più spesso, però, si riunivano in gruppi di due o tre con qualche ragazzo che fungeva da garzoncello.

Il bagaglio di strumenti che si portavano appresso non era molto grosso e comprendeva: lo stagno (in barrette), l'acido muriatico, l'ovatta, il polso (attrezzo per controbattere), la mazzuola, la ciodera, le forbici, le tenaglie, il mantice, il martello, la piccola incudine.

Museo di Cavrgna: i MagnaniUna volta giunti nel paese stabilito, i magnani si dividevano le zone e, lanciando il loro caratteristico grido, aspettavano che la gente portasse loro le pentole da stagnare e da riparare.

Non sempre la clientela era rappresentata da singole famiglie, a volte erano anche grosse comunità come ospedali, collegi, caserme.

Di notte si rifugiavano in fienili o pagliai, chiedendo l'ospitalità in cambio del lavoro fatto, raramente il pagamento avveniva in forma mista, di solito era in denaro.

Il guadagno era senz'altro buono.....

La lontananza da casa non era mai molto lunga, di solito si trattenevano lontani dalla valle dagli otto ai quindici giorni.

Alcuni però affittavano una stanza nella zona di lavoro ed allora la lontananza si protraeva anche per due o tre mesi.......

La saltuarietà, l'instabilità e la precarietà della loro occupazione, nonché l'assenza di una dimora fissa, ne facevano una classe di emarginati nelle zone dove andavano, ma non nella loro valle.

Qui i magnani erano considerati con rispetto e si sentivano importanti, sia perché il loro guadagno era maggiore di quello di qualsiasi altro lavoratore della valle, sia perché il saper manipolare un metallo, ossia un materiale fra i più duri e difficili da plasmare, creava attorno a loro un alone di particolare rispetto.

Comunque, al di fuori della valle erano degli emarginati che dovevano inventare di giorno in giorno il modo di sopravvivere e che si incontravano con altri nelle stesse situazioni: gli arrotini, i seggiolai, gli ombrellai. Tutta gente che doveva difendersi da un mondo spesso ostile nei loro riguardi che, a torto o a ragione, frequentemente li considerava dei potenziali truffatori ed ecco che per difendersi usavano uno strumento di comunicazione proprio: il gergo".

Lo studio che segue, di Rolando Fasana, sui magnani della Val Cavargna è un nuovo contributo per la migliore conoscenza delle emigrazioni, non solo stagionali, in un momento di approfondimento, avviato da qualche decennio, sulle migrazioni dalle montagne dell'arco alpino.

Un dibattito che, affiancando agli studi degli storici, svolti negli archivi dei luoghi di arrivo degli emigranti, nelle città, nelle pianure, gli studi degli antropologi nei paesi d'origine, presso gli archivi locali, tende a scoprire non solo un emigrante improvvisato ed errabondo, ma anche dotato di una componente imprenditoriale.

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