Tecniche di lavorazione del magnano ed i suoi attrezzi
(secondo la tradizione della Val Cavargna, referenti Ambrogio Butti, chiamato Celestino, classe 1911 e Paolo Butti, classe 1925 di Mondrago, Cavargna

La trida, cassetta di legno, munita di un coperchio e di una cinghia per poterla portare a spalla, usata dal magnano per trasportare i ferri del mestiere, necessari a riparare pentole, tegami, casseruole, paioli e altri utensili da cucina.
Il martello (tondo e piano di ferro) la parte rotonda per battere le lastre di rame, conferendo con martellature un aspetto bugnato, una decorazione.
Altri martelli, di tipo piano, venivano usati per fare i chiodi di rame, per fissare le "pezze" e riparare i buchi delle pentole, o per battere a lungo il rame per poterlo lavorare meglio e renderlo più resistente.
La mazzuola (piccola di legno) per togliere le ammaccature delle pentole, perché il legno, più morbido del ferro, non segna il rame.

Le forbici, per tagliare la lamiera di rame, non eccessivamente dura, acquistata in lastre, e ricavarne le "pezze".
La ciodera, attrezzo di ferro con buchi di diverso diametro, usato per confezionare e per calibrare i chiodi, ricavati da pezzetti di rame. In epoca più recente venivano usati i chiodi ribattini, pure di rame, ma prodotti industrialmente.
L'incudinella (o pal), piccola incudine d'acciaio, della lunghezza di circa 20 cm., fissata su un pezzo di tronco di 6 - 8 cm. di diametro e di 50 cm. di altezza, con due estremità una a forma tonda e l'altra piana e con alcuni fori sulla superficie superiore, appoggiato per terra e tenuto tra le ginocchia, per riparare pentole e tegami.

Il polso, attrezzo di ferro, vagamente a forma di fungo, di ridotte dimensioni, per poterlo introdurre all'interno di piccoli recipienti. Poteva essere infilato in uno dei fori dell'incudinella, per ribattere i chiodi o, assestando colpi di martello all'esterno e mantenendo dall'interno del recipiente una certa pressione del "polso", levigarne le ammaccature.
La tenaglia, di diverse lunghezze e forme, per mettere o togliere dal fuoco le pentole da saldare o stagnare.

Il saldatore, un pezzo di rame a forma di martello, da riscaldare sulla brace, per saldare con lo stagno piccoli buchi delle pentole, dove non era necessario mettere delle pezze con i chiodi.
La saldatura, eseguita durante il lavoro ambulante, doveva avvenire dopo un'accurata pulizia delle parti, con il saldatore ben caldo per sciogliere alcune gocce di stagno e con piccole dosi di piombo sulla fessura da saldare.
La pulizia si eseguiva con acido muriatico spento, detto anche "cotto", preparato aggiungendo all'acido puro, detto anche "crudo", sale ammonico in polvere e pezzetti di zinco, l'operazione, che sviluppava vapori di odore sgradevole e rendeva l'acido innocuo ed inodoro, poteva durare da un minimo di un'ora ad una notte.
La stagnatura, operazione impegnativa e delicata eseguita dal magnano, durante il lavoro ambulante, e necessaria per le vecchie pentole da cucina, con lo stagno consumato dalle ammaccature e dall'uso, per evitare la formazione del verderame, sostanza nociva.
La stagnatura si svolgeva secondo le seguenti fasi:
- riscaldamento della parte interna della pentola sul fuoco, per togliere la vecchia stagnatura, sino a raggiungere il color rosso rame.
- sgrassaggio dell'interno, con acido muriatico puro, lasciato agire per qualche minuto, con produzione di un fumo intenso (a volte veniva eseguito un secondo passaggio con acido solforico, facendo molta attenzione per non rovinare il rame), poi asciugato con stoppa od ovatta.
- pulizia dell'interno con acqua e sabbia molto fine, poi asciugato e strofinato con stoppa od ovatta, imbevuta di acido muriatico spento o "cotto".
- riscaldando l'interno della pentola si scioglieva lo stagno puro, facendo in modo di ricoprire tutta la superficie dell'interno, dopo un ripasso con acido muriatico spento o "cotto", una seconda stagnatura, ultimando con una lucidatura con dell'ovatta pulita.
Non tutti i recipienti in rame potevano essere stagnati, come ad esempio i paioli per la polenta, perché durante la cottura del cibo troppo solido, la stagnatura poteva staccarsi.

Il mantice, per ravvivare il fuoco (alimentato con legna o con carbon di legna), acceso nel luogo (pubblica piazza, cortile, portico) dove si sistemava il magnano con i suoi attrezzi, assistito da un giovane garzone o "magnanino" che lo aiutava, imparando il mestiere.