La Via del Ferro dalla Val Cavargna italiana alla Val Morobbia svizzera

La valle Morobbia si situa su un profondo solco geologico noto come "linea insubrica" che si sviluppa trasversalmente lungo il versante alpino centro-orientale.
Questa linea, da Domodossola in direzione est, percorre le Centovalli, il Piano di Magadino, la Valle Morobbia, scende al Lago di Como, quindi prosegue lungo la Valtellina per terminare, dopo il Passo del Tonale nel Trentino: un fenomeno che ha considerevolmente marcato il versante meridionale delle Alpi, formando una successione di valli comunicanti, percorse dall'uomo sin dall'antichità'.
Nella logica dei transiti, la Valle Morobbia, quindi, va inserita in un'articolata rete di transiti che ha come perno la vicina Bellinzona.
La via attraverso il Passo S.Jorio mette in collegamento il bacino del Verbano, incluse le Valli superiori, con quello del Lario; consente relazioni con la città' di Como verso sud o con lo Spluga e il Maloja a nord.
Formata attualmente dai Comuni di Pianezzo e Sant'Antonio, la valle Morobbia costituiva un tempo un'unita' omogenea strettamente legata a Giubiasco, situata sul Piano di Magadino, a ribadire il profondo legame che univa la valle al piano.
Ritrovamenti archeologici effettuati in queste località' suggeriscono una presenza umana stabile sin dalla preistoria.
A Pianezzo nel 1905-1906 furono ritrovate una quarantina di tombe a numazione dell'epoca del Ferro e ruderi di una fortificazione che, secondo alcuni ricercatori, risalirebbero addirittura all'epoca preromana e romana.
A Sant'Antonio nel 1942 è stato ritrovato un sepolcreto risalente alla prima età del Ferro, collocabile tra il 750 e il 400 a.C.
E' di particolare interesse sottolineare come la colonizzazione di questa valle inizi con l'età' del ferro: infatti, tanto il versante italiano che quello Svizzero del massiccio del San Jorio sono ricchi di questo minerale, la cui estrazione prosegui', in modo non regolare, fino all'inizio del XIX secolo.
Lo sfruttamento delle vene ferrose e la lavorazione del materiale estratto costituirono uno degli aspetti più' rilevanti per l'economia della Valle Morobbia e della vicina Val Cavargna.
Per la valle Morobbia una delle tappe più' documentate riguarda gli anni 1460-1480: una famiglia d'imprenditori comaschi, i Muggiasca, realizzo' un'impresa mineraria e siderurgica impiegando notevoli risorse.
Bartolomeo e Nicolò', residenti a Bellinzona e a Como, decisero di sfruttare antichi giacimenti minerari e costruirono edifici, facendosi cedere boschi e ottenendo l'autorizzazione dai duchi di Milano.
A quanto sembra, il tentativo non ebbe gli esiti sperati e costrinse Bartolomeo a ritirarsi dall'impresa.
In Val Cavargna vi sono notizie d'attività' siderurgica, probabilmente solo di carattere locale, già' dall'VIII secolo.
Verso la seconda meta' del XV secolo la trasformazione del minerale è eseguita con tecniche più' moderne, importate dall'estero. Vengono abbandonati i bassi fuochi e i forni a tino, in favore dei primi altiforni dell'epoca di Nicolò' Muggiasca, che nel 1472 qui aveva ottenuto l'investitura dal Duca di Milano d'alcune miniere.
Fra la fine del XVI secolo e la prima meta' del XVIII si hanno notizie di forni a Buggiolo in Val Rezzo, abbandonati nel 1724 e probabilmente a San Bartolomeo.
Nella seconda meta' del XVIII secolo la siderurgia acquista un carattere più' industriale, grazie alla costruzione di due altiforni ("I Forni Vecchi") attivi tra il 1783 e i primi anni ‘800.
La caduta del prezzo del ferro prodotto all'estero portò all'abbandono di questa intensa attività della quale restano numerose tracce ancora visibili sul territorio: insediamenti, vie di collegamento tra le zone d'estrazione (cave, miniere) e di lavorazione o per lo smercio dei prodotti e luoghi per l'approvvigionamento del carbone da legna, ma anche una stazione di posta per i cavallanti e i somieri.
Impressionanti sono i resti del Maglio di Carena, situati nei pressi del fiume Morobbia, in vicinanza dei monti di Ruscada. Questo complesso d'edifici venne costruito dopo il 1792 per iniziativa del medico bellinzonese Giovanni Bruni (1752-1795).
Comprendeva il maglio ad acqua, il forno fusorio, fucine, locali per la lavorazione del metallo, depositi, magazzini, abitazioni.
Dopo la morte del Bruni, lo stabilimento siderurgico passo' di proprietà' ad altri imprenditori ticinesi e stranieri e la sua attività' cesso' definitivamente nel 1831 a seguito di un incendio.
I forni fusori e le fucine funzionavano con il carbone di legna.
Le zone boschive erano la principale fonte d'approvvigionamento di questo combustibile naturale, mentre il carbonaio era il professionista specializzato nella produzione di carbone.
Questo si produceva attraverso un procedimento di trasformazione della legna in apposite carbonaie o poia (in Val Cavargna "puiat").
L'accatastamento e la successiva carbonizzazione del legname erano operazioni d'estrema precisione e cura e avvenivano in spiazzi livellati, le piazze, delle quali è ancor oggi possibile rilevare numerose tracce nei pressi del Maglio di Carena.
L'attività' siderurgica era supportata da un sistema di trasporti e da punti di sosta specifici che permettevano il trasferimento della materia prima (i minerali) e del combustibile (il carbone di legna) ai luoghi di lavorazione e di smercio del prodotto finito.
I trasporti nelle zone di montagna hanno sempre rivestito un ruolo determinante e le popolazioni hanno utilizzato in modo ingegnoso attrezzature diversificate a secondo del materiale trasportato.
Protagoniste di questo lavoro sono state spesso le donne e una ricca schiera di spalloni, portini del minerale e del carbone, somieri o cavallanti hanno battuto per secoli le mulattiere e i sentieri di queste valli.
Attualmente l'area su cui sorgono i ruderi del Maglio di Carena e quelle limitrofe sono oggetto d'indagini e studi promossi dal Museo cantonale di storia naturale e dall'Ufficio beni culturali, con il supporto di specialisti italiani e francesi.
Le ricerche tendono a ricostruire l'attività' che vi si esercitava, evidenziando le funzioni specifiche dei vari edifici, e a verificare l'esistenza di preesistenti attività siderurgiche.